numero 1/2008 volume IX

Presentazione
Gianpietro Mazzoleni

La campagna elettorale del 2008 a detta di (quasi) tutti gli osservatori è stata una delle più brutte dall’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica.
Naturalmente le ragioni addotte per giustificare questa sentenza di condanna sono tante, e sono in maggioranza di natura politica o politologica: legge elettorale “porcata”, leader stagionati, vuoto di contenuti, scelta ridotta degli elettori e così via. Ma ce ne sono anche di natura mediatica.
La par condicio, nata come strumento garantista, ha finito per rendere la campagna elettorale una indigesta passerella televisiva di soliti noti e illustri ignoti, intervistati da giornalisti ridotti a spalla per lasciare spazio alla propaganda. Non è scampato a questa trappola mediatica nemmeno il “grande dibattito” virtuale dell’ultimo giorno. Ciò che stupisce è che questa funzione di cerimoniere sia stata accettata senza la benché minima protesta da parte dei giornalisti italiani. Il che conferma il parallelismo media-politica che vizia il corretto funzionamento della democrazia nel nostro Paese. Peraltro l’esito elettorale sembra aver penalizzato chi “ha bucato” il video più spesso!
Sul prossimo numero di ComPol pubblicheremo saggi e analisi dedicati
a questa campagna, così simile ma anche così diversa da quella del
2006, e vedremo se la televisione ha avuto l’influenza che tutti i politici sognano o temono, quali sono stati i temi che hanno fatto vincere e quali quelli che hanno fatto perdere.
Le numerose elezioni di questi ultimi anni sono la dimostrazione più incontrovertibile che siamo in un’epoca di permanent campaign. Ma l’interesse degli studiosi di comunicazione politica (fortunatamente) non è solo rivolto alle emergenze elettorali: sono molteplici i temi che meritano di essere indagati e discussi. In questo numero, i saggi e le analisi che presentiamo cercano di andare oltre il classico focus elettorale e si soffermano su alcuni aspetti che dentro e fuori le campagne formano oggetto di approfondimento.
La sezione dei saggi di questo numero propone infatti tre interventi decisamente eterogenei tra loro, non solo rispetto all’argomento ma anche rispetto all’arco temporale: si va infatti dall’epoca della democrazia ateniese (per poi piombare direttamente ai nostri giorni, al Deliberative Polling diJames S. Fishkin), nel saggio di Luca Fezzi, agli anni Cinquanta in Francia, dove Riccardo Brizzi individua le “origini della ‘telecrazia’”, almeno in territorio francese. Il “viaggio nel tempo” si conclude, appropriatamente, ai nostri giorni, arrestandosi alla campagna elettorale delle politiche del 2006, nel saggio di Mazzoni e Ciaglia dedicato ai due competitors di due anni fa, Berlusconi e Prodi (in effetti, anche quella sembra una sorta di “preistoria” del panorama politico italiano, se confrontata con la situazione attuale).
Cominciamo dalla “archeologia” della “telecrazia” in terra di Francia, e
dunque col saggio di Riccardo Brizzi. Questo studio interessante mostra come, benché col ritorno al potere del generale De Gaulle nel 1958 coincida il vero e proprio “matrimonio” tra politica e televisione in Francia, nondimeno già negli anni precedenti si poté ravvisare una serie di prodromi di tale fenomeno, che l’autore individua soprattutto nelle strategie di Pierre Mendès e di Guy Mollet, entrambe anticipazioni della “personalizzazione assoluta” del potere tipica della V Repubblica.
Il saggio di Marco Mazzoni e Antonio Ciaglia ci riporta bruscamente
ai nostri tempi – o almeno a tempi a noi più vicini –, e consiste in uno studio della campagna elettorale italiana del 2006 che ha al suo centro l’analisi dei frames imposti (o subìti) dai due competitors, Prodi e Berlusconi.
“Chi impone (o subisce) i frames?”, si chiedono i due autori; che nel rispondere (non vogliamo qui privare il lettore del piacere di scoprire “chi è l’assassino”) indicano qualcosa di ancora più ampio e generale della loro domanda iniziale, e cioè che la personalizzazione della politica finisce per influenzare i “percorsi di lettura”, le prospettive (in una parola: i frames) dei temi principali della campagna elettorale.
Con l’articolo di Luca Fezzi la “macchina del tempo” di ComPol va indietro fino alla Atene del V secolo, per poi tornare al presente, nel tentativo di stabilire quanto il Deliberative Polling di James S. Fishkin possa essere effettivamente considerato, così come nell’idea del suo creatore, uno strumento cognitivo e comunicativo ispirato alle istanze deliberative della democrazia ateniese. Questa analisi, quasi una riproposta del film Ritorno al futuro nell’ambito della disciplina della comunicazione politica, ha una precisa posta in gioco: come e quanto la realtà di una società antica può venire riproposta – o anche solo comunicata – come modello attuale di democrazia deliberativa? Anche in questo caso, lasciamo al lettore il piacere di scoprire quali possono essere le risposte a tale quesito.
Il passaggio alla sezione delle analisi e riflessioni ci riporta alla contemporaneità, con due studi dedicati alle campagne italiane (le politiche 2006 e le comunali 2007) e due interventi dedicati alla “ipermediatizzazione” di uno dei più significativi esempi della “leadership postmoderna”, Nicolas Sarkozy.Ma andiamo con ordine. Nel primo contributo della sezione Giovanni Zavaritt ci mostra come quello italiano sia un “giornalismo fragile”, almeno da quanto emerge da una analisi condotta negli ultimi 52 giorni della campagna elettorale delle politiche del 2006. La fragilità del sistema giornalistico italiano va intesa nei confronti del sistema politico: l’analisi mostra come tanto il Corriere della Sera quanto Il Sole 24 Ore (in maniera più evidente il primo) abbiano caratterizzato la loro copertura della competizione elettorale nei termini di una sostanziale subordinazione rispetto al sistema politico, evidente soprattutto nelle ormai ben note logiche della spettacolarizzazione e nell’incapacità di determinare la tematizzazione della propria agenda.
Dalle elezioni nazionali a quelle comunali, l’anno dopo: l’articolo di Francesco Cannone mette a fuoco la campagna in un centro meridionale, Lecce, scoprendo che anche a livello locale le varie dimensioni della campagna permanente, della personalizzazione e del campaigning postmoderno giocano un ruolo eminente e forse, ormai, ineludibile. I due competitors per il comune di Lecce hanno condotto una campagna a tutti gli effetti postmoderna, dove risultano confermati anche i vantaggi dell’incumbent rispetto all’avversario.
I due articoli che chiudono la sezione consistono in due brevi e brillanti
analisi dell’“effetto Sarkozy”, dal punto di vista del giornalista politico
(Foa) e dello studioso dei media (Marletti).
Marcello Foa ci introduce a un viaggio all’interno del fenomeno della
“ipermediatizzazione del presidente” francese, dividendo il percorso in
due tappe fondamentali: la prima, corrispondente grossomodo alla campagna elettorale e ai primi mesi di presidenza, dove le strategie comunicative di Sarkozy si sono rivelate spiazzanti e vincenti; la seconda, corrispondente al periodo che va da novembre 2007 a oggi, in cui il confuso iperattivismo del presidente francese ha finito per fare crollare il suo indice di popolarità presso i nostri cugini d’Oltralpe.
Carlo Marletti si sofferma sugli aspetti di Sarkozy più direttamente legati alla leadership postmoderna, che vede non solo la scomparsa della centralità della televisione nelle dinamiche comunicative del leader politico, ma anche la confusione di categorie prima decisamente più distinte – una per tutte, la distinzione tra destra e sinistra. Naturalmente, nel “modello francese” della leadership postmoderna non può mancare la mediatizzazione, che infatti Sarkozy ha spinto a livelli probabilmente inediti – e pensando al titolo di Marletti, Sarkozy e i reali inglesi, non si può non pensare alla recente visita ufficiale del presidente francese nel Regno Unito, a fianco della nuova moglie, Carla Bruni, dove la copertura giornalistica si è concentrata abbondantemente su aspetti che potremmo legittimamente ricondurre a una “pop-politica” tutta postmoderna.Il riferimento alla “pop-politica”, e quindi a una politica che lega i propri
codici alla popular culture, ci introduce alle consuete recensioni dei film che presentano tematiche riferite a questioni politiche, un appuntamento ormai consolidato nelle pagine della nostra rivista. È interessante considerare come la scommessa di aprire anche al cinema le nostre recensioni si sia rivelata vincente, se non altro nel riuscire a individuare per ogni numero almeno un paio di film che possano rientrare nel nostro campo di interesse.
Le pellicole recensite in questo numero, Sicko di Michael Moore e
Signorinaeffe di Wilma Labate, sono centrate in effetti su due questioni importanti non solo per il discorso politico ma anche per la “vita quotidiana” di noi cittadini: la salute pubblica e il lavoro – o meglio, sulla crisi dell’una e dell’altro. Chiude lo spazio delle recensioni un prodotto un po’ particolare, nuovo alla nostra rivista e alla nostra rubrica cinematografica: una video-installazione, Democrazy, di Francesco Vezzoli, presentata all’ultima edizione della Biennale di Venezia nel 2007. Non si tratta propriamente di un film, ma di una sorta di cortometraggio artistico, dove la pop-politics viene presentata nei suoi aspetti più spettacolari e più compromessi con la pop culture. Con questo, la nostra rivista si apre a un’ulteriore forma di espressione della comunicazione politica, a metà strada tra quelle che anni fa si sarebbero chiamate la “cultura alta” (l’arte) e la “cultura bassa” (le forme e i contenuti dell’entertainment).

 


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