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numero 1/2002 volume III
Una campagna elettorale speciale e un’influenza
mediatica speciale
Gianpietro Mazzoleni
Le analisi del voto del
13 Maggio 2001 sono ormai numerose e altre seguiranno. Questo numero
di ComPol è il nostro contributo alla comprensione di che
cosa è successo - e perché è successo - lo
scorso anno. E’ persino banale sottolineare come le elezioni
del 2001 rappresentino, oltre che per il Paese, anche per la scienza
della politica (e della comunicazione) un evento troppo eccezionale
per essere archiviato in breve tempo. Il fatto che a vincere siano
stati ancora una volta Silvio Berlusconi e il polo di centro-destra
potrebbe far ritenere che siamo entrati in una fase ‘normale’
della dinamica politica italiana, dopo anni di turbolenza e di incertezza.
Gianfranco Pasquino (2002) ha infatti evidenziato l’avvio
del meccanismo dell’alternanza, dopo cinque anni di governo
di centro-sinistra. E’ molto probabile che ciò si consolidi
nei prossimi anni, se è vero, come pensa Carlo Marletti nel
suo saggio, che gli italiani hanno lasciato alle spalle gli umori
anti-politica del dopo Tangentopoli e fanno sempre più scelte
politiche pragmatiche.
Tuttavia l’eccezionalità del voto del 13 Maggio non
è sminuita da questi segni di ‘ritorno alla normalità’,
proprio perché a vincere non è stato un politico ‘normale’,
ma Silvio Berlusconi, ossia un politico che controlla tre reti televisive
e un impero editoriale e che è al centro di un conflitto
di interessi senza precedenti nella storia della democrazia italiana.
Numero studiosi stranieri, che nel 1994 avevano iniziato a osservare
l’anomalia del caso italiano ma avevano finito per accantonare
l’osservazione perché tale anomalia sembrava ‘rientrata’
con la caduta del breve governo di Berlusconi, stanno rispolverando
l’interesse per la seconda vittoria del magnate dei media
italiano – una vittoria che questa volta sembra essere solida
e durevole perché preparata negli anni all’opposizione
e pianificata con un acume politico assente nel 1994 e con un dispiegamento
di mezzi ancora più ampio che nelle passate elezioni.
Le analisi politologiche, per loro natura, tendono a focalizzare
sugli aspetti sistemici dei risultati elettorali, sulle caratteristiche
del voto e sui suoi effetti sugli scenari politici nazionali (e
in questo caso anche internazionali). La campagna elettorale, che
per mesi domina l’agenda politica e mediatica, e mobilita
schiere di ricercatori, sembra improvvisamente non interessare più,
appena le prime proiezioni appaiono sui teleschermi la sera del
voto.
Se da un punto di vista di logica giornalistica ciò sembra
inevitabile, non lo è dal punto di vista della ricerca. Da
un po’ di anni infatti anche in Italia politologi, sociologi
politici e studiosi di comunicazione politica ritornano sempre più
spesso ai dati delle campagne elettorali, nella giusta convinzione
che si trovi proprio lì la chiave di lettura del voto finale.
La campagna per le elezioni del 2001 è stata sotto molti
aspetti anch’essa una campagna ‘eccezionale’ ed
ha fornito una quantità inimmaginabile di evidenze empiriche
che sarà difficile elaborare compiutamente ma che –
è il nostro auspicio – sarà necessario mettere
più volte sotto la lente dell’investigazione scientifica
per capire meglio certi sviluppi politici e mediatici al tempo stesso
di cui a un anno di distanza si vedono i primi forti segnali, come
quello della svolta nel governo del sistema dei media italiano.
Si è trattato di una campagna ‘lunga’, talmente
lunga, come osserva discutendone le implicazioni Rolando Marini,
da intercettare una serie di cicli tematici molto eterogenei e di
eterogenea digestione mediatica e spesso contraddittoria gestione
politica: dall’immigrazione, alla mucca pazza, al nodo del
conflitto di interessi. Una campagna che per la impostazione del
confronto tra Berlusconi e Rutelli non poteva non ottenere un alto
livello di coverage sui media. Non solo la Tv ma anche i giornali
vi hanno dedicato un’attenzione e uno spazio rilevanti, come
dimostra il saggio di Franca Roncarolo, contribuendo con la propria
dose di faziosità a radicalizzare le appartenenze elettorali
e a organizzare una “chiamata alle armi cui per molti è
stato difficile sottrarsi”.
Che le campagne siano momenti di polarizzazione degli atteggiamenti
politici degli elettori è risaputo, ma nel caso della campagna
del 2001 questa semplificazione sembra aver rappresentato per molti
elettori frastornati dalla lunghezza della campagna, dalla pioggia
di stimoli, dall’invasione di manifesti (si veda l’
analisi-confronto di Edoardo Novelli), dalle polemiche televisive,
dalle satire e accuse pesanti al candidato Berlusconi, insomma dal
bailamme comunicativo, una ‘scorciatoia informativa’
per farsi una ragione del proprio voto. Ma mentre il meccanismo
psicologico delle scorciatoie cognitive è premessa alle scelte
anche le più banali del vivere quotidiano, nel caso della
campagna 2001, esso ha funzionato, come ipotizza Paolo Mancini nel
suo saggio, in connessione con la strategia - non è chiaro
se e fino a che punto - soltanto mediatica, di presentare le elezioni
del 13 Maggio come un referendum pro o contro Silvio Berlusconi.
Infatti, osserva Mancini, “Berlusconi + conflitto di interessi”
è stato il frame centrale della campagna, ma la controversia
sul conflitto di interessi non ha funzionato in maniera preclusiva
nei confronti del leader di Forza Italia”. Qui sta uno dei
nodi più interessanti della campagna, che merita ulteriori
approfondimenti. Il conflitto di interessi, uno dei cavalli di battaglia
della campagna dell’Ulivo, non ha per niente ‘scosso’
il senso civico degli italiani, anzi la sua gestione in chiave ‘anti’
ha fatto sorgere come già nel 1994 un sentimento ‘pro’,
insomma un effetto ‘underdog’, per un leader che non
era certo una vittima ma che ha giocato abilmente il ruolo della
vittima, aiutato in questo da una informazione demonizzante (anche
se più provveduta che nel passato).
A questo effetto a favore del leader della Casa delle Libertà
si è aggiunto inoltre un importante effetto di natura tutta
mediatica, quello dell’influenza delle televisioni berlusconiane
sul voto. Testa, Loera e Ricolfi analizzano e discutono i dati della
copertura televisiva, scoprendo che la Rai, contrariamente a quanto
si è detto da più parti, ha nel complesso portato
consensi a Berlusconi, e che Mediaset ha cercato di evitare una
copertura troppo smaccatamente pro Berlusconi, sia pure rafforzando
la sua leadership. “Gli effetti Rai e gli effetti Mediaset
nelle ultime due elezioni politiche si sono (quasi) bilanciati,
neutralizzandosi a vicenda”, affermano i ricercatori torinesi.
Si tratta a nostro avviso di una scoperta tutt’altro che secondaria,
per il semplice fatto che svuota di senso tutte le polemiche politiche
dell’una e dell’altra parte sugli spostamenti di quote
importanti di voto provocati dagli usi faziosi delle televisioni.
Sta il fatto, però, che anche in queste elezioni la ricerca
ha rilevato una stretta correlazione tra le scelte di consumo televisivo
e le scelte di voto. Come dimostra nel suo divertissement Giacomo
Sani, c'è un 'isomorfismo' tra quote di visibilità
televisiva e quote di voto, confermando la natura predittiva del
dato di consumo e fedeltà di canale rispetto alla decisione
di voto che sia il gruppo di Ricolfi e la stessa ricerca Itanes
(2002) hanno cominciato a rilevare e che Giorgio Grossi aveva già
osservato in occasione delle elezioni europee del 1999.
Questa evidenza corroborata e confermata via via da ricerche e analisi
con metodi e finalità differenti è senza dubbio un
elemento che può cambiare significativamente i convincimenti
abbastanza radicati tra gli studiosi di comunicazioni di massa e
di comunicazione politica sulla impossibilità di stabilire
nessi causali nella dinamica degli effetti dei media sulle intenzioni
e decisioni di voto. Al di là della somma zero dell’influenza
dei canali Mediaset a fronte di (o incrociata a) quella dei canali
Rai nelle elezioni del 2001, rimane una traccia visibilissima dell’impatto
della televisione sul voto. E’ vero, come hanno osservato
molto cautamente Sani e Legnante (in Pasquino, 2002), che il fattore
televisione, o meglio, affezione per Mediaset o Rai, sottoposto
ad un’analisi multivariata perde parte del suo peso predittivo,
e che dunque sarà necessario affinare ulteriormente gli strumenti
di indagine, ciononostante siamo di fronte ai primi timidi riscontri
empirici della influenza dei media nel processo elettorale. Beninteso,
nessuno sposa più la vecchia teoria dei cosiddetti ‘effetti
nulli’, e tutti sono sicuri che i media e in particolare la
televisione abbia un impatto rilevantissimo su atteggiamenti, opinioni
e comportamenti politici ed elettorali, ma il problema è
che raramente e con molti distinguo si è trovata la ‘prova’
empirica di tale impatto. In Italia prima del 1994 nessun gruppo
o istituto di ricerca l’aveva mai cercata seriamente. Oggi
sono molti i ricercatori impegnati su questo fronte. E’ presto
per farsi illusioni: i tempi della scienza sono sempre e necessariamente
molto lunghi. Tuttavia ci sembra di scorgere il profilarsi della
concreta possibilità di gettare un po’ di luce sui
misteri dei meccanismi di influenza mediatica, almeno nell’arena
politica di casa nostra.
Riferimenti bibliografici
Grossi, G. (2000). La
televisione a tre dimensioni. Comunicazione mediale e intenzioni
di voto nella campagna delle elezioni europee 1999. Comunicazione
Politica, I (2), 205-230.
Itanes (2001). Perchè ha vinto il centro-destra. Bologna:
Il Mulino.
Pasquino, G. (a cura di ) (2002). Dall’Ulivo al governo Berlusconi.
Bologna: Il Mulino.
Sani, G. & Legnante, G. (2002). Quanto ha contato la comunicazione
politica? in Pasquino, G. (a cura di ) Dall’Ulivo al governo
Berlusconi (pp. 117-137). Bologna: Il Mulino.
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